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Religione indiana

La religione indiana è politeista e le diverse divinità sono in un pantheon tanto ricco quanto eterogeneo che nel corso dei secoli ha subito grandi trasformazioni. Conoscere la religione indiana, il concetto di sacro e i diversi tipi di culto è utile per comprendere meglio questo paese, e la cultura millenaria.

Nell’India antica si affermò già dal secondo millennio a.C. il culto vedico: Indra era il dio più importante ed era a capo di tutte le divinità. Dyaus Pitar era il Cielo, una sorte di padre equivalente al Zeus greco, mentre Usas era la dea dell’aurora e Mitra il protettore dei trattati e poi alcune potenze astratte come Rita che governa l’ordine del cosmo, Ojas che regola energia vitale e Manyu, espressione del furore.

Rishikesh

Rishikesh, nel distretto di Dehradun.

L’uomo vedico, che non aveva una rappresentazione delle divinità, invocava il Dio attraverso il sacrificio rituale. La religiosità era infatti permeata dal Do ut des cosicché dal sacrificio si potesse ricevere qualcosa dalla divinità. In questa logica la figura del sacerdote che officia il rito assumerà sempre più importanza. Tra 800 e 900 vi fu un’altra trasformazione: la pratica sacrificale si arricchì dell’elemento magico che confluì nell’Atharvaveda con l’intervento di formule magiche proferite dal sacerdote.

Arrivarono così i Brahmana, trattati liturgici che spiegavano con precisione i sacrifici illustrandone l’origine e il significato allegorico. In questo periodo assume notevole importanza la dottrina della trasmigrazione delle anime.

Essa si associa al concetto di Karman, poggiato sulla convinzione che un’azione abbia un’efficacia che supera i limiti della vita terrena, avendo conseguenze nell’aldilà. Queste due dottrine si fonderanno nell’Upanisad, ovvero la dottrina che vede la rinascita e la reincarnazione come diretta conseguenza delle azioni compiute nelle vita precedente.

Il culto vedico confluirà successivamente nel Brahamanesimo che, dal primo millenio d.C., si chiamerà Induismo. Ci sono due correnti che prendono il nome dalle due divinità più importanti, ossia Visnù e Shiva:

  • Visnuismo (conservazione): Visnù simboleggia la divinità benigna che si incarna per poter soccorrere gli uomini minacciati dagli Asura (gli spiriti del male);
  •  Shivaismo (distruzione): Shiva rappresenta il corso delle vicende del mondo e, secondo l’induismo, simboleggia una potenza crudele perché portatore di morte.A Shiva sono dedicati molto templi e santuari in tutta l’India: egli è chiamato il clemente per placarlo e contenere la sua furia.

Accanto a questa divinità c’è poi Kalì, la dea distruttrice che, pur esigendo sacrifici di sangue, è vista come la dea madre creatrice di vita.

Il buddismo è la più importante religione in India dopo l’induismo. Il maestro fondatore fu Siddharta Gautama, noto anche come Sakyamuni (saggio degli Cakya) o come Buddha (l’Illuminato).

Egli nacque a Kapilavastu da una famiglia ksatriya della tribù dei Cakya intorno al 560 a.C. e dopo aver trascorso una vita agiata si ritira a vita ascetica, dopo sette anni raggiunse la verità elaborando la dottrina delle quattro verità secondo la quale:

  1. tutto nel mondo è impermalente e perciò causa del dolore
  2. ciò che causa il dolore è il desiderio
  3. per sopprimere il dolore bisogna estirpare il desiderio
  4. la via per l’eliminazione del desiderio e quindi del dolore è in un sistema morale formato da otto regole (retta fede, retta intenzione, retto parlare, retto agire, retto vivere, retto aspirare, retto pensare, retto meditare).

Seguendo queste regole, il buddista arriverà al nirvana, ovvero uno stato di quiete indescrivibile in cui, dopo aver estinto ogni desiderio, cessa la reincarnazione.

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